La
ristampa di questo album era stata annunciata da tempo ma al momento in
cui scrivo niente si è concretizzato in tal senso ed è un vero peccato,
dal momento che stiamo parlando di una band significativa nell’ambito
del prog d’avanguardia Francese che occupa, con il suo unico LP, la coda
di un movimento musicale trasgressivo, non privo di colorazioni
politiche, che partiva dai primissimi anni Settanta. All’epoca della
pubblicazione del loro esordio, sulla nuova etichetta musicale
“Celluloïd” che aveva curato anche la stampa del live degli Etron Fou
Leloublan, il gruppo della periferia nord di Parigi era riuscito a farsi
nel suo piccolo una reputazione, grazie anche ad un articolo firmato da
Jean-Marc Bailleux per la celebre rivista “Rock & Folk”. Per di più
la band, che esisteva già da alcuni anni, aveva sulle proprie spalle
diverse tournée, fra le quali anche una nel Mali. Vi erano quindi delle
aspettative da parte del pubblico che sicuramente non vennero tradite
grazie ad un’opera eclettica e sfrontata che mescolava le folli
intuizioni di Zappa all’irriverenza di band come Lard Free e Mahjun con
un tocco di raffinata classe Canterburyana. La copertina stessa del
disco, realizzata da Marie Christine Mastrandreas, è shockante e
riflette in un certo senso l’atmosfera
pessimistica che si viveva
in quel periodo in Francia, a ridosso della primi crisi petrolifera,
durante gli anni di presidenza di Giscard d’Estaing. Una primissima
incarnazione dei Ma Banlieue Flasque comprendeva il cantante G-Lesne,
compagno di liceo del fiatista Philippe Botta, che sarebbe in seguito
diventato un musicista importante nell’ambito della musica barocca. In
seguito il ruolo di cantante si viene a spartire fra tre componenti del
gruppo, nessuno dei quali in verità particolarmente dotato, e le parti
vocali vengono ridotte a cori strampalati, dialoghi e versacci comunque
molto azzeccati nell’ambito di un insieme musicale che a tratti appare
persino autoironico. La formazione non comprende le tastiere, a
vantaggio di un sound essenziale ed
urbano riempito interamente dal sax (più raramente dal flauto) e da una coppia di chitarre.
La
traccia di apertura, “13’20 d’happyness”, è un’esplosione festosa e
disordinata, scandita da una base rock molto anarchica sulla quale si
trascinano le note
free del sax di Philippe Botta e le chitarre
disarmoniche di Marc Le Devedec e Philippe Maugars. Il cantato, in un
inglese dall’accento volutamente storpiato, è irriverente e
canzonatorio. Le ugole sgraziate dei due chitarristi e del batterista
Chypo ricordano lo stile di Zappa, così come la musica, anche se in
questo caso l’approccio è molto più rustico ed epidermico. I sei minuti e
mezzo di “N.S.K.” (abbreviazione di Nov Schmoz Kapopk) chiudono il lato
A in maniera non meno strampalata: troviamo ancora voci stridule, che
ora si esprimono in francese, mentre la musica appare decisamente
dinamica, a tratti persino
Magmatica, con un ottimo lavoro della sezione ritmica che viene completata dall’agile e scoppiettante basso di Loïc Gauthier.
Il
lato B è occupato da tre pezzi. Quello di apertura, “H.B.H.V.”
(acronimo che sta per: Hommes battus-hommes violés), stupisce per le sue
contaminazioni
Canterburyane e le sue venature sinfoniche che si innestano comunque in un substrato molto movimentato, con continui
stop & go
e cambi di ritmo, come sempre guidato dal sax irrequieto e dalla
coppia di chitarre. Lo strumentale “Aller retour les Grésillons” appare
decisamente lanciato e coinvolgente, con gli strumenti che si rincorrono
affannosamente e che sembrano inciampare in continuazione. La
conclusiva “Un soir” ci riserva un sound incredibilmente ripulito e
maggiormente disciplinato, con venature jazz ben pronunciate e fiati
aggressivi che possono richiamare alla mente gli Urban Sax di Artman. La
registrazione, avvenuta presso lo studio d’Auteuil, è di buona qualità
ed è stata effettuata su un 16 piste in ben 17 giorni.
Nonostante il
suo valore questo album è stato ingiustamente relegato ad una posizione
di secondo piano e non è circolato molto al di fuori della Francia,
forse anche per le mode dell’epoca che stavano cambiando in favore del
punk e della New Wave. Il gruppo si sciolse nel Giugno del 1979: Loïc
Gauthier e Chypo hanno continuato a suonare insieme senza incidere nulla
con un progetto chiamato Positiv’O. Anche Philippe Botta continua a
suonare e nel 2006 ha diviso il palco con Hugh Hopper e John Greaves.
Come si diceva, il disco purtroppo non è stato ancora ristampato, anche
se erano stati presi dei contatti con la Musea. Nel cassetto il gruppo
possiede anche qualche inedito, uno dei quali è stato caricato sul loro
MySpace. Non ci resta che sperare quindi in una bella riedizione alla
quale non mancheranno a questo punto delle buone bonus track. Il vinile
originale non è difficilissimo da reperire, quindi con un po’ di
pazienza riuscirete a farlo vostro, cosa che consiglio caldamente a
tutti gli amanti del rock d’avanguardia.